venerdì 1 giugno 2012

Recensione: Lake Mungo


2008, Australia, colore, 87 minuti 
Regia: Joel Anderson 
Sceneggiatura: Joel Anderson 

Ormai abbiamo raggiunto il livello di saturazione, e al solo nominare l’infausto termine “mockumentary” c’è il rischio di annoiare la gente. Tutti sembrano capaci di mockumentare tutto, l’idea brillante dietro al sottogenere si è persa chissà dove, e quanto rimane è ahimè una sequenza di pellicole che gridano disperatamente, come se proprio non avessero altro da offrire, “è tutto vero, credetemi cazzo!” Anche questi semisconosciuta opera australiana rimasta nascosta fino a poco tempo fa, e scoperta grazie a questo giovine qui, è tratta da fatti realmente accaduti, ma perlomeno cerca di differenziarsi dalla compagnia traballante poggiandosi su un’idea così semplice che pare impossibile nessuno ci abbia mai pensato prima, o quasi. Perché Lake Mungo è sì un mockumentary, ma nel vero senso della parola: un documentario fasullo, costruito su una serie di finte interviste ai protagonisti e finti filmati di repertorio, e non su un più comune collage di found footage.

Si entra quindi lentamente, molto lentamente nel cuore della pellicola e della vicenda raccontata: il fulcro orrorifico legato alla povera Alice, scomparsa improvvisamente mentre era in gita con la famiglia, fuoriesce per mezzo delle pacate parole dei genitori e del fratello, persone che hanno vissuto con la sofferenza di tale perdita ma che hanno accettato il dolore e riescono a guardare avanti. C’è molto realismo nella costruzione dialogica, le domande poste e soprattutto le risposte sono credibili e intense, così come le recitazioni, tanto che, quando la storia inizia a prendere una piega soprannaturale, basta anche solo che il padre racconti di aver visto il fantasma della figlia per creare una notevole cappa d’inquietudine.

Al resto, naturalmente, pensano le immagini, in questo caso registrazioni casalinghe dei fenomeni ectoplasmatici che si sono venuti a creare dopo la morte della ragazza, filmati ben assemblati soprattutto pensando alla progressione narrativa della pellicola, capace, in punto preciso, di dare ancora maggior realismo agli eventi raccontati. Gli espedienti-tipo sono usati tutti, dal primo all’ultimo (fotografie maledette, apparizioni improvvise, il solito tran tran insomma), ma acquistano nuova forma grazie all’ingegno di Joel Anderson, che li sfrutta con intelligenza per preparare al vero orrore in cui si incanalerà il film nella sua ultima parte. Una sequenza, questa, davvero terribile e angosciante, che arriva al momento giusto per dare chiarezza a una trama ben orchestrata e dagli spunti interessanti, a loro modo anche originali.

Lake Mungo resta però, prima di tutto, un’opera molto elegante, scritta e diretta con un’attenzione che mockumentary e horror vari spesso dimenticano per puntare tutto sul blando effetto sorpresa e su una plasticosa resa estetica. Il crescendo coordinato da Anderson non è infatti mai fine a se stesso, e la lunga conclusione stupisce proprio per l’esplosione della malinconica drammaticità che permea l’intera vicenda, una sequenza quasi toccante che pone la parola fine con una raffinatezza invidiabile.     
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martedì 29 maggio 2012

Recensione: The Last Lovecraft: Relic of Cthulhu


2009, USA, colore, 78 minuti  
Regia: Henry Saine  
Sceneggiatura: Devin McGinn  

La parodia lovecraftiana è tra le materie preferite di chi bazzica nel maelstrom horror, provate solo a googlare Cthulhu per vedere quante immagini buffe e deliranti compaiono per prendersi gioco della divinità per eccellenza, ormai mascotte del genere tutto. The Last Lovecraft: Relic of Cthulhu, prodotto indie e realizzato con budget inesistente, attinge a piene mani proprio da questa visione caricaturale della mitologia cosmica dei Grandi Antichi: protagonisti un trio di nerd che al solitario di Providence hanno sacrificato la loro intera esistenza, alle prese con la solita resurrezione del dormiente di R’Lyeh a opera del solito team di uomini incappucciati.

Chiaro che, date le premesse, non è di certo la trama il punto di forza della pellicola di Henry Saine, bensì il carattere citazionistico dell’universo lovecraftiano, trattato sicuramente con superficialità ma con una divertente verve ironica che da sola tiene in piedi questi ottanta minuti scarsi. Con un tale titoli e simili riferimenti è sinceramente difficile accettare la sbrigatività nel mettere insieme orrori cosmici e discendenze aliene, cosa per cui ho storto parecchio il naso anch’io, ma tutto sommato questa scelta di comodo non infastidisce perché la pellicola mira ad altro, ed è questo altro che va valutato.

La sceneggiatura di McGinn scherza sulla natura acquatica delle entità aliene, dando vita a irresistibili siparietti (da lacrime agli occhi le esperienze vissute da Capitan Olaf), riassume complesse mitologie per mezzo di fumetti e vignette ridicole, e in generale si burla di qualsiasi serietà vestendo persino il boss finale con una t-shirt colorata. Ma se l’umorismo legato agli scritti lovecraftiani brilla per inventiva e scaltrezza, è il resto a perdere ben più di un proverbiale colpo: lasciata buona parte delle gag riuscite allo Zack Galifianakis dei poveri, il comunque bravo Edward Flores, della pellicola rimane poco altro perché viene a mancare quell’efficacia umoristica necessaria a sorreggere quella che è principalmente una commedia. The Last Lovecraft appare quindi spesso sfocato, addirittura noioso, dispersivo in parentesi dialogiche di poco conto che bisogna sorbirsi pazientemente nell’attesa di un nuovo sketch, e questo perché è prima di tutto la trama a non avere alcun carisma, troppo marginale, troppo raffazzonata, troppo in secondo piano. Senza un nocciolo a tenere in piedi il progetto, quindi, tutto si sfalda inevitabilmente.

È un gran peccato, perché il cast mostra attori davvero ispirati e in forma, su tutti lo sceneggiatore McGinn che interpreta anche la spalla comica del protagonista, e, sebbene ci si debba inginocchiare a una regia televisiva, The Last Lovecraft, se solo si fosse curato con più attenzione la trama, avrebbe potuto aspirare a molto, molto di più. 
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venerdì 25 maggio 2012

Recensione: Outpost: Black Sun


2012, UK, colore, 101 minuti 
Regia: Steve Barker 
Sceneggiatura: Steve Barker, Rae Brunton 

Non ne sono i reali inventori, ma Steve Barker e Rae Brunton, con il loro Outpost, sono sicuramente i primi nomi che vengono in mente, assieme al finlandese Dead Snow, quando si parla di nazi-zombie. Un esordio, il loro, serioso e interessante, trattato con un approccio (superficialmente) scientifico per dare colore alla solita storia del super soldato crucco con cui vincere la seconda guerra mondiale. Quattro anni dopo ritroviamo il duo inglese impegnato con il sequel inevitabile, questo Outpost: Black Sun che, con qualche accorgimento in più rispetto alla discreta pellicola precedente, avrebbe potuto offrire un valido intrattenimento horror, ma il prodotto finale è ahimè, come si confà a un seguito, doppiamente imbarazzante.

Smarrita chissà dove la serrata atmosfera del primo capitolo, Black Sun si presenta confuso, irrisolto e privo di direzione, perso nella nebbia che permea l’intera pellicola, probabilmente l’unico aspetto positivo rintracciabile. Se il film precedente mostrava un gruppo di mercenari ben visualizzato, con personalità rocciose e poco amichevoli, i nuovi protagonisti sono una ragazzetta caruccia che vuole ammazzare i nazisti ancora in vita sebbene non sappia neanche impugnare una pistola, e un giornalista che sembra trovarsi lì per caso, che pare non voler aver niente a che fare con il casino ma che in realtà si muove scaltro e agile per combattere i cattivi, perché ehi, è il protagonista annoiato e reticente!

Il problema principale risiede quindi in una base narrativa assolutamente priva di senso, con questi due personaggi incomprensibili che fanno cose incomprensibili, tipo passeggiare senza troppi problemi in mezzo a una sparatoria che appare all’improvviso, oppure separarsi per cause maggiori, prendere strade diverse e poi ritrovarsi nello stesso punto anche se geograficamente impossibile, o ancora scoprire l’esistenza di porte e passaggi segreti interpretando formule la cui logica è nota solo a loro. Poco, davvero poco da dire per i soldati che li accompagnano, talmente privi di carattere da confonderli l’uno con l’altro, dimenticarsi di chi sia morto e chi ancora in vita, e tutto sommato ridere quando il loro capitano compie un assurdo gesto eroico che non porta alcun beneficio al gruppo.

Il resto è una serie di nazi-zombie che nulla mantengono della marzialità di chi li aveva preceduti nel capitolo uno, limitandosi a gridare, gesticolare e morire versando poche gocce di brutto sangue digitale. E, ah!, c’è anche una strega, e uno che spara raggi laser dalle mani, e pure il colpo di scena finale che si aggancerà, temo, a un terzo episodio. Ma speriamo che i nazi-resuscitati conquistino il mondo, così Barker e Brunton il capitolo tre non potranno mai girarlo.

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martedì 22 maggio 2012

Recensione: Prey


2010, Francia, colore, 78 minuti 
Regia: Antonie Blossier 
Sceneggiatura: Antonie Blossier, Erich Vogel  

Da non confondere con l’omonima pellicola di una manciata d’anni fa dove Robocop soccombeva miseramente ai leoni, l’esordio di Blossier è un monster movie classico fino al midollo, con tanto di animali mutati in creature impazzite a causa della tossicità di un fertilizzante, ma di rara efficacia visiva. Cinque minuti per presentare i personaggi, altri cinque per farli entrare nel bosco con la luce del sole, il resto è una corsa furiosa in notturna tra fango, sangue, acquitrini maleodoranti, vegetazione marcia e carcasse putrescenti.

Scelta vincente del film è di non mostrare mai il bestione nemico, un cinghiale di sproporzionate dimensioni, nemmeno nelle fasi finali, lasciando lo spettatore in una completa sensazione di disagio e paura, come quando si sente la creatura ringhiare e correre in lontananza o quando i fugaci ripari dei protagonisti vengono distrutti da una forza bruta e inarrestabile. Tra carogne sventrate e sotterranei putridi Prey non risparmia su violenza e colpi allo stomaco, il body count infatti più che essere alto è feroce e imprevisto, netto e terribile come un collo spezzato, e si rimane piacevolmente sorpresi dall’evolversi del pur fragile intreccio.

Ci sarà poca costruzione psicologica, poco spessore nel dare forza agli scambi dialogici tra i personaggi, ma si tratta di un contorno efficace e riuscito proprio perché breve, accessorio ma non stupido pretesto, semplice ma non banale, e così Blossier può sfoggiare la sua regia serrata e furibonda per sfinire Nathan e il branco di cacciatori inesperti di cui fa parte, facendoli strisciare nella melma, ricoprendoli di viscere animali, soffocandoli con fumo e polvere, sferrando infine anche un paio di tecnicismi inaspettati (il lungo e asfissiante piano sequenza nell’auto). Perfetto il finale, una rasoiata che conclude da manuale una pellicola fresca e rapidissima, un monster movie d’annata realizzato però nel 2010. 
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venerdì 18 maggio 2012

Recensione: Quella casa nel bosco


2012, USA, colore, 95 minuti 
Regia: Drew Godding 
Sceneggiatura: Drew Godding, Joss Whedon 

Ci sarebbero tante cose da dire sull’esordio alla regia di mr Cloverfield Drew Godding, ma si finirebbe inevitabilmente per spoilerare meccanismi e ingranaggi di una pellicola molto furba e ammiccante, a un primo esame una bomba che potrebbe fare sfaceli ma la cui miccia si spegne stranamente un secondo prima dell’innesco. Horror, fantascienza, metanarrativa, di generi in cui catalogare Quella casa nel bosco ne sono stati usati parecchi, ma forse quanto calzerebbe meglio è parodia, perché in fondo è alla matrice del film del terrore che la sceneggiatura del duo Godding/Whedon punta per ribaltarne gloriosamente i cliché. Paradossalmente, però, quanto ottiene è proprio quello che vuole prendere in giro.

Sulla base di un banale teen slasher, Quella casa nel bosco cerca di colpire dritto alla stupidità elementare dei film fotocopia, giocando in maniera estremizzata, fino a raggiungere vette di vera e propria caricatura, sui luoghi comuni inerenti personaggi, situazioni e soprannaturale vario, ma il suo sforacchiare tale maniera di fare cinema è sfocata, imprecisa e soprattutto eccessivamente pulita, facile, all’acqua di rose. Senza entrare nel dettaglio, sono davvero pochi i momenti riusciti, sepolti da un minutaggio esagerato durante il quale si assiste, volenti o nolenti, proprio a un terribile teen slasher, riciclato e scontato per essere cavia ahimè inutile dell’esperimento di Godding.

Certo, si segue curiosamente la vicenda dietro alle quinte, ed è piacevole interrogarsi su cosa stia davvero accadendo, così come non si può non rimanere soddisfatti del clamoroso finale e degli indizi disseminati ovunque che conducono a tale strada, ma non è abbastanza per realizzare un prodotto pieno, completo, che fallisce proprio nella sua componente d’intrattenimento puro, offrendo noia e sbadigli laddove servivano assurdità, follie e chiare prese per il culo. Poca reale inventiva, quindi, quasi mancasse il coraggio si storpiare il canovaccio-tipo, e non bastano nemmeno il bestiario assortito e le sequenze di carneficina sanguinaria. Peggio ancora è il valore dialogico dei ragazzetti che balbettano fumati e bevuti della loro serata alcolica nel bosco.

È piaciuto a molti e in Italia è attesissimo, è di sicuro un film da vedere per come è costruito, ma io mi sono annoiato per gran parte della sua durata e fatico a non pensarlo come qualcosa di sostanzialmente superfluo. 
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mercoledì 16 maggio 2012

Recensione: Chronicle


2012, USA/UK, colore, 84 minuti 
Regia: Josh Trank 
Sceneggiatura: Max Landis 

Siamo soffocati da eroi in calzamaglia che svolazzano banalmente ovunque, e io con il cinema supereroistico sono da molto tempo ai ferri corti. Non trovo idee piacevoli, né un minimo di curiosità che spinga alla visione, in questi impianti narrativi sempre identici, perennemente ancorati a soluzioni stanche, vuote e mascherate soltanto dagli effetti speciali. Ancora peggio tocca dire delle simil-parodie, delle celebrazioni palestrate piegate però all’ironia con cui scherzare sui tanti cliché, da Kick-Ass a Misfits ho fatto grandi sbadigli e piegato con forza le sopracciglia cercando invano di stare sveglio. E adesso arriva questo Chronicle, un mockumentary su un trio di teen con i superpowers, per di più creato da un duo di giovinastri (entrambi classe 1985) al loro esordio su grande schermo, premesse quindi poco sfiziose per quello che, a sorpresa, si rivela invece un prodotto molto interessante.

Non è la storia a ribaltare il pregiudizio iniziale, né un qualche originale uso degli fx o una regia che si allontani dal manierismo documentaristico, a giudicare da tali elementi avremo invero a che fare con un’opera fin troppo nella norma, una classica storia di amicizia, rivalità e rivalsa che rispetta molti dei luoghi comuni. Ma è proprio nella gestione della semplicità narrativa, dai personaggi agli eventi clou, che Chronicle, in un campo tanto minato, quasi compie il miracolo: la naturalezza giovanile dei tre protagonisti è delineata con cura, sia nella scherzosa way of life della prima parte (che contiene probabilmente i momenti migliori del film, quelli più sinceri e credibili) che nel crescendo drammatico di incomprensioni e asperità, e tale bontà psicologica permette di immedesimarsi nella realtà di questi tre ragazzi normali che, un giorno come un altro, si ritrovano a possedere enormi poteri telecinetici.

Nessuna esagerazione adolescenziale nei momenti festosi, nessun furbo ammiccamento sessuale, zero ironia alcolica con cui far scontrare i winner e i loser della scuola, solo un buon intreccio di personalità che, sarà forse la povertà psicologica del cinema supereroistico (soprattutto quello più easy e comico), tiene botta dando solida base a motivazioni, domande, perplessità, puro istinto e quanto possa passare per la testa di un branco di sedicenni.

Chronicle scivola poi via in una fragorosa e gustosissima battaglia finale, dove le similitudini con Akira si sprecano in maniera piuttosto palese, d’altronde, spogliato della sua enorme complessità strutturale il capolavoro di Otomo assomiglia fin troppo a quanto creato dal duo Trank/Landis. Inutile però voler fare i pignoli, Chronicle si regge in piedi da solo anche grazie a una manciata di momenti davvero riusciti, come la surfata tra le nuvole e l’aggressione ai drogatelli, scene che forse da sole valgono la visione.
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lunedì 14 maggio 2012

Quei libri che sono morto prima #2


Periodo di magra narrativa, non riesco a trovare niente che mi piaccia o che non mi faccia sbuffare dopo venti pagine. Ripesco quindi questo vecchio post con una seconda tornata di libri interruptus perché no, proprio non riuscivo ad andare avanti. 

L’occhio del tempo, di Arthur C. Clarke e Stephen Baxter: di per sé non sarebbe un brutto libro, questo primo tassello di una trilogia che inizia esattamente coma la ben più nota saga di 2001 ma ne prende uno sviluppo parallelo, perché in fondo è scritto benino (e visto chi sono gli autori ci mancherebbe) e ci sono personaggi simpatici a cui ci si affeziona, ma la trama è talmente banale e preconfezionata che mi è stato proprio impossibile resistere per più di 100 pagine. Anche perché vedere Alessandro Magno vs Gengis Khan in questo mondo distrutto da impossibili eruzioni temporali è qualcosa di così insipido da far partire gli sbadigli dopo aver letto il titolo. Chiaro che con Clarke dovevo preferire qualche altro romanzo, sputi in faccia a Simone – ma sicuramente, in futuro, ritenterò sperando nella fortuna.

Mistborn – L’ultimo impero, di Brandon Sanderson: a quanto pare Sanderson è il salvatore del fantasy, o giù di lì, e non dubito che nella sua già sostanziosa bibliografia abbia avuto un bel ruolo nel togliere al genere i suoi aspetti più infantili e inflazionati, anche perché in questo primo capitolo della trilogia Mistborn di idee notevoli ce ne sono, su tutte la magia e i meccanismi che la mettono in moto, un qualcosa, quindi, di così originale e ben realizzato che stava quasi per convincermi a tener duro per le oltre 600 pagine del librazzo. La storia, tuttavia, è lunga, annacquata e soprattutto raccontata, e prende spunto da eventi talmente noiosi e classici che dopo un centinaio di cartelle ho dovuto arrendermi. Un sovrano immortale e cattivissimo, dei ribelli pronti a tutto per detronizzarlo, vari prescelti a loro insaputa fortissimi, e insomma, il solito tran tran scritto, tra l’altro, con uno stile elementare e fin troppo semplicistico, danneggiato da una traduzione comunque non all’altezza. Mi sa che per il fantasy non c'ho proprio più l'età.

Il tempo del vuoto, di Peter Hamilton: ho un debole per i libroni, lo so, non posso farci nulla, non so perché la mole di pagine mi affascini tanto da gettarmi in tomi lunghissimi quasi fossero libretti da un centinaio di cartelle. Avevo letto Il sogno del vuoto, il capitolo precedente, e pur apprezzandone certe idee e la vastità dello scenario, non mi era piaciuto, proprio no, chissà perché ho quindi iniziato l’episodio due, interrompendolo l’autunno scorso e tentando anche di riprenderlo in mano per poi, chiaramente, interromperlo di nuovo. La space opera di Hamilton, oltre alle consuete battaglie interstellari, mette insieme spunti cyberpunk e fantasy, ed è proprio su questi punti che la lettura è grossomodo indigeribile. Scritto con gran cura, per carità, con una proprietà di linguaggio notevole, ma Hamilton indugia troppo, troppo tempo su aspetti insignificanti lasciando sullo sfondo tutto quello che c’è di bello. Con una guerra spaziale fighissima, zeppa di alieni malvagi, marziani sconosciuti e super astronavi, liquidata però in pochissime pagine, Hamilton descrive per centinaia di cartelle cosa faccia quel mattacchione di Edeard, giovanotto a capo della guardia cittadina di un paesotto e alle prese addirittura con le bande criminali che fanno baccano! Uau!
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giovedì 10 maggio 2012

Recensione: Kill me please


2010, Belgio, b/n, 95 minuti 
Regia: Olias Barco 
Sceneggiatura: Olias Barco, Stéphane Malandrin, Virgil Bramly 

Il dottor Morte di Olias Barco accoglie i suoi clienti/pazienti in una villa isolata, immersa tra i boschi innevati e in un perenne silenzio invernale, offre loro un ultimo desiderio, da un pasto particolare per rievocare un felice ricordo a una prostituta tra le cui braccia concludere la propria esistenza, e li addormenta con un bicchiere d’acqua e due gocce di veleno.

Scomodo e coraggioso, più di offrire una propria interpretazione sull’argomento del suicidio Kill me please tenta di sollevare interrogativi senza dare un’idea precisa, una chiara opinione che giustifichi o critichi il più estremo degli atti umani, ed è probabilmente tale scelta a condannare la pellicola di Barco a un limbo di incompletezza concettuale, oltre che di incertezza espositiva, lasciando uno strano sapore in bocca.

Dapprima pesantissimo nel mostrare l’attività del dottor Kruger con un paio di sequenze di forte impatto che sembrano quasi piantare i piedi sulle intenzioni teoriche e visive del film, Kill me please scivola presto in una farsa grottesca, una black comedy che sicuramente diverte ma che disorienta e impedisce di amalgamare con cura le due anime della pellicola. I tanti personaggi in gioco presentano tratti macchiettistici che scoppiano quasi in antitesi alle motivazioni e alle personalità (disturbi mentali, insoddisfazioni amorose, malattie) che li hanno portati a scegliere tale strada, e se i dialoghi risultano brillanti e spesso esilaranti (l’amicizia/odio tra il canadese e il giocatore di poker, lo strano desiderio di chi vuole provare morti violente ed esagerate) stonano con la cappa asfissiante che permea l’intero lavoro, generata anche del gelido bianco e nero delle immagini.

Si cerca di giocare simbolicamente con il concetto di morte mostrando come i pazienti scappino dall’incendio in cucina o si proteggano durante una sparatoria, rinunciando a quanto sembrano desiderare maggiormente, ma ne nasce un prodotto storto e privo di direzione, in virtù anche di un insipido e sgradevolissimo epilogo dove il lato bizzarro, esaltato prima da una lunga e insolita scena d’assedio ottimamente calcolata, viene sradicato in favore di una distruzione completa di filosofie e scopi, dove tutti uccidono tutti e la morte viene dispensata senza criterio alcuno.

Kill me please è dunque un progetto che poteva meravigliosamente funzionare se impostato in una totale black comedy che più di ogni altra cosa sdrammatizzasse, con l’incisivo e indiavolato ritmo ironico francese, su un argomento tanto delicato. Quanto possiamo vedere è invece qualcosa che voleva essere intelligentemente tutto ma che in realtà non è niente. E un brutto niente, se proprio vogliamo dirla tutta.
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lunedì 7 maggio 2012

Recensione: Prowl


2010, USA/UK, colore, 81 minuti 
Regia: Patrick Syversen 
Sceneggiatura: Tim Tori 

Tra chi si concede platealmente svendendosi al mercato che domina solo in apparenza e chi conserva e tiene stretta una sua dignità, Syversen appartiene senza dubbio ai secondi, perché solo il peggio del peggio si potrebbe pensare di un discreto regista norvegese che sbarca in America per girare un teen-horror, e invece, anche un po’ a sorpresa, Prowl rimarca una certa personalità europea e sfugge ai più ovvi cliché a stelle e strisce.

Sempre di bambocci palestrati e bionde silhouette si parla, ma i personaggi confezionati dalla sceneggiatura di Tori si differenziano dalla media alcolica perché lavorano (la protagonista lavora addirittura in macelleria), bevono con normalità festaiola e soprattutto hanno un motivo realistico che li porta, a borda di un furgone scassato, nel bel mezzo dell’orrore. Quindi niente facilonerie scolastiche o esagerati starnazzi alcolici ad annoiare già prima dell’inizio, bensì caratteri più o meno definiti e distinti l’uno dall’altro, ognuno con i suoi problemi e le sue speranze, ed è talmente piacevole notare tale aspetto che in fondo si riesce a perdonare l’unica caduta della pellicola, un breve e casto strip-game con shottini di whiskey che, boh, probabilmente è obbligatorio filmare perché scritto nella costituzione.

Escludendo questa inutile parentesi abbiamo a che fare con una settantina di minuti ben pensati, rapidissimi e decisi, molto adrenalinici ed efficaci. Un guasto al furgone, un passaggio inaspettato che risolve apparentemente il problema, e poi l’orrore: è un canovaccio ovviamente sfruttato all’inverosimile ma che in Prowl funziona, in maniera addirittura sorprendente, grazie ad alcuni accorgimenti in fondo molto, molto semplici.

Da una parte il camionista che si offre di portare il gruppetto a destinazione non appare come il solito, triste villain, risulta invece un personaggio interessante e credibile nei suoi dubbi, nel suo sicuro tentennare, nel modo raccontare la favola dell’orso per accalappiarli. Dall’altra abbiamo uno scenario favoloso (una gigantesca fabbrica abbandonata) e dei mostri non troppo originali (vampiri o giù di lì) ma dannatamente aggressivi e con alcune particolarità che, distanziandoli dall’immaginario più classico, li rendono di gradevole visione orrorifica, un po’ come i succhiasangue di 30 giorni di buio: nessuna eleganza nobiliare, naturalmente, ma nemmeno una rabbia mostruosa a muoverli, bensì paura, timore, addirittura fragilità e debolezza che scatenano gli istinti più viscerali per la sopravvivenza.

Il resto è un’abbondante e inaspettata carneficina, ben diretta dalla visione intensa e febbrile di Syversen, con sgozzamenti, mutilazioni e secchiate di sangue che tingono di rosso la fredda cupezza degli stabili e intrattengono a dovere prima di aprirsi verso un finale curioso, forse troppo lungo e spiegato ma di certo diverso dal solito tran tran dell’orrore.

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venerdì 4 maggio 2012

Recensione: Livid


2011, Francia, colore, 93 minuti
Regia: Julien Maury, Alexandre Bustillo
Sceneggiatura: Julien Maury, Alexandre Bustillo

Bisogna dare atto a Maury e Bustillo di essere stati tra i pochi registi europei a resistere alla tentazione a stelle e strisce di un blockbuster facile facile, preferendo una propria ricerca stilistica a un guadagno immorale in terra straniera, ricchezza e fama che avrebbero comodamente potuto raggiungere dirigendo un Halloween II o un remake di Hellraiser, progetti accantonati per dare alla luce questa loro nuova creatura, Livid. Certo, per me i complimenti ai due francesi terribili finiscono qui, ma onore alle loro scelte e, soprattutto, alla capacità di saper cambiare, di evolversi, orientandosi a sorpresa su una fiaba dark dopo aver versato secchiate di sangue con l’ultragore e inutile A l’intérieur.

Raffinata ed elegante, la messinscena di Livid introduce con pacatezza nella storia, accompagnando atmosfere malinconiche ad arpeggi pianistici con una cappa di triste silenzio, sfondo ideale per raccontare della giovane Lucy, neoinfermiera alle prese con i suoi primi pazienti, tra cui una vecchiaccia in fin di vita che vive nello sfarzo polveroso di una magione gigantesca. Alla violenza inaudita del loro film precedente, i due registi replicano ora con estrema delicatezza, una pulizia e una cura visiva che sembrano quasi prendere per mano lo spettatore, invitandolo con dialoghi concreti e realistici all’interno della vicenda. Vicenda che, però, dopo questi ottimi dieci minuti, tarda fin troppo a iniziare.

La necessità di porre basi solide alla storia, curando i tre protagonisti e i loro intrecci psicologici, rallenta eccessivamente la pellicola, costringendo presto a una sofferta visione aspettando che succeda qualcosa. Il dialogare tra i personaggi e l’emersione progressiva dei loro caratteri non c’entrano il bersaglio come sperato, non c’è trasporto nel presentarli e nel raccontarli, quanto si dicono evapora subito in un soffio di parole inutili e distanti, e si finisce per boccheggiare per qualcosa tipo tre quarti d’ora, nella speranza che questi tre disgraziati mettano a punto il piano per entrare nel villone della vecchia moribonda di cui sopra e rubare cose, insomma, è una vecchia attaccata al respiratore e basterebbe, che so, entrare in casa e rubare tutto, e invece loro devono perderci una notte e mollarsi e poi rimettersi insieme e poi attraversare un bosco che fa molto fiaba dark e quando finalmente entrano scoprono che dentro ci sono ovviamente cose brutte.

Se nella prima parte la pellicola è fortemente annacquata, nella seconda Livid si abbandona a un totale non-sense, utile più che altro a rievocare atmosfere argentiniane (Suspiria è tacitamente citato ovunque, dalla casa nel bosco alla danza) con un gusto gotico che, ahimè, è sempre fuori fuoco. Possono piacere alcune parentesi angosciose (le stanze da cui scompaiono le porte) o immagini di una straordinaria bellezza poetica (quando la bambina esce dalla casa, oppure il finale), ma sono solamente istantanee di irrisoria durata, perché in generale Livid si accartoccia su se stesso nel tentativo di mettere insieme lunghi flashback vintage con improvvisi squarci d’orrore, sporcando quindi la fiaba (la madre-insegnante cattiva, la bambina incompresa, la natura mostruosa impossibile da controllare) di tinte belle rosse, dove rivediamo i Maury e Bustillo di un tempo attraverso mascelle strappate e forbici, strumento di morte a cui sembrano particolarmente legati, un po’ ovunque.

Ed è ancora lo sbilanciamento a danneggiare il film, una mancanza di equilibrio logico che lo sostenga, perché è difficile trovare legami assennati in quanto succede nella seconda parte – confusa, caotica, inutilmente e gratuitamente brutale, priva di una reale direzione come testimonia la lunghissima coda, che pare trascinare la pellicola quasi volesse raggiungere disperatamente i canonici 90 minuti. Vengono a mancare i sussulti, gli snodi, qualsiasi tipo di tensione, tutto viene appiattito da un immotivato disordine narrativo che mostra l’incertezza del duo francese, probabilmente un poco a disagio nel dirigere qualcosa che non siano budella strappate a mani nude.

A questo punto, erano meglio Halloween II e il remake di Hellrasier.   
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